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Routine pre-performance: gestire pressione e attivazione

Redazione VelkaoneRedazione
Pubblicato il 25 luglio 2026 6 min di lettura

Le routine pre-performance non sono scaramanzia: sono strumenti evidence-based per regolare attivazione e focus. Come costruirle e usarle nei momenti che contano.

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Perché una routine, e non la forza di volontà

Nei momenti decisivi la maggior parte degli atleti si affida a un vago proposito di "restare concentrati" o "stare tranquilli". È un approccio fragile, perché fa dipendere la prestazione da uno stato mentale che proprio la pressione tende a sabotare. Dire a un giocatore di rilassarsi in un finale punto a punto è come dire a qualcuno di non pensare a un elefante: l'istruzione stessa richiama ciò che vorrebbe evitare.

Le routine pre-performance nascono per risolvere questo problema. Non sono gesti scaramantici né rituali magici: sono sequenze di azioni deliberate, provate e ripetute, che aiutano l'atleta a entrare nello stato mentale adeguato indipendentemente dal contesto emotivo. Nella pallavolo il caso più evidente è la battuta, l'unico fondamentale che parte da una situazione statica e controllata dal giocatore, ma il principio si estende alla ricezione, al time-out, all'ingresso in campo dopo la panchina.

La letteratura sulla psicologia dello sport documenta da decenni che le routine pre-performance migliorano la costanza della prestazione, soprattutto nei gesti chiusi e sotto pressione. Non aumentano il talento: riducono la variabilità, cioè la distanza tra ciò che l'atleta sa fare in allenamento e ciò che riesce a esprimere in gara.

Il modello dell'attivazione

Per costruire routine sensate bisogna capire cosa regolano. Il concetto chiave è l'attivazione, cioè il livello di energia psicofisiologica dell'atleta: battito, tensione muscolare, prontezza mentale. Esiste una zona ottimale, diversa per ogni persona e per ogni compito, in cui la prestazione è massima. Al di sotto si è molli, distratti, lenti; al di sopra si è contratti, rigidi, sopraffatti.

L'errore comune è pensare che serva sempre "caricarsi". Non è così. Alcuni atleti in pressione sono già troppo attivati e hanno bisogno di abbassare, non di alzare. Altri, per carattere o per stanchezza, si spengono e devono riattivarsi. La stessa situazione richiede interventi opposti a seconda della persona.

Da qui due famiglie di strumenti:

  • Strumenti per abbassare l'attivazione: respirazione lenta e prolungata, rilascio muscolare, allungamento del ritmo tra le azioni, focus su un punto fisso.
  • Strumenti per alzare l'attivazione: respirazione più rapida e attiva, movimento, parola-chiave energizzante, contatto fisico con i compagni.

Conoscere la propria tendenza sotto pressione, se cioè si va in eccesso o in difetto di attivazione, è il primo passo per scegliere gli strumenti giusti.

Gli ingredienti di una routine efficace

Una routine pre-performance non è una sequenza qualsiasi. Le componenti che la ricerca associa all'efficacia sono ricorrenti.

  • Costanza: la routine è sempre la stessa, per durata e sequenza. È proprio la ripetizione a renderla un ancoraggio affidabile.
  • Brevità: pochi secondi, non un cerimoniale. Deve stare dentro i tempi del gioco senza forzature.
  • Componente fisica: un gesto concreto (rimbalzare la palla, un respiro, una postura) che dà un innesco corporeo, più stabile di un semplice pensiero.
  • Componente attentiva: un punto preciso su cui portare il focus, così l'attenzione non vaga verso il pubblico, l'avversario o il punteggio.
  • Componente di attivazione: un elemento che regola l'energia nella direzione utile a quell'atleta.
  • Parola-chiave o immagine: un innesco mentale sintetico che riassume l'intenzione, ad esempio "lungo e sicuro" prima di una battuta.

Una routine ben costruita si automatizza: dopo settimane di uso diventa un gesto che l'atleta compie senza doverlo pensare, e questa automaticità è preziosa perché la mente cosciente, sotto pressione, è la prima a incepparsi.

Costruirla insieme all'atleta

La routine non si impone dall'esterno. Va costruita con il giocatore, partendo da ciò che già fa spontaneamente e rendendolo intenzionale. Un errore frequente degli allenatori è imporre una sequenza rigida uguale per tutti: funziona poco, perché la routine deve risuonare con la persona. Il ruolo dello staff è offrire il modello e gli strumenti, poi lasciare che l'atleta li adatti e li faccia propri.

Il focus: dove va l'attenzione conta

Sotto pressione l'attenzione tende a spostarsi verso ciò che minaccia: il punteggio, l'avversario forte, le conseguenze dell'errore, il pubblico. È un meccanismo naturale, ma disastroso per la prestazione, perché toglie risorse al compito reale.

La routine serve anche a orientare l'attenzione verso ciò che è dentro il controllo dell'atleta:

  • Il processo, non il risultato: pensare a come eseguire, non a cosa succederà se sbaglio.
  • Un riferimento esterno concreto: la zona di campo dove voglio mandare la palla, non le mie sensazioni interne.
  • Il presente, non il futuro né il passato: la routine tronca la ruminazione sull'errore appena commesso e l'ansia per il punto che verrà.

Un principio pratico utile è distinguere ciò che è controllabile da ciò che non lo è. L'esito di un'azione dipende anche dall'avversario e dal caso; l'esecuzione dipende solo dall'atleta. Portare l'attenzione sul controllabile è ciò che la routine, ripetuta, allena.

Gestire l'errore in tempo reale

Nessuna routine impedisce di sbagliare. Ciò che distingue gli atleti solidi non è l'assenza di errori, ma la velocità con cui li lasciano andare. Un errore trascinato ne genera altri, perché occupa spazio mentale e alza l'attivazione oltre la zona utile.

Per questo molte routine includono un gesto di reset dopo l'errore: un respiro, un movimento fisico che segna la chiusura dell'azione precedente, una parola che riporta al presente. È un'abitudine da allenare come qualsiasi fondamentale, provandola in condizioni di stress simulato e non solo a mente lucida. Un atleta che ha automatizzato il reset recupera in un punto ciò che un altro trascina per un intero set.

Allenare la routine, non solo possederla

Il limite più comune è pensare alla preparazione mentale come a qualcosa da tirare fuori il giorno della partita. Una routine funziona solo se è stata provata a lungo in allenamento, e soprattutto sotto pressione controllata: situazioni di punteggio, conseguenze reali, stanchezza. Provata solo a freddo, crolla proprio quando servirebbe.

Alcuni modi per allenarla:

  • Ricreare pressione in allenamento: giochi con posta in palio, situazioni di punteggio critico, penalità per gli errori.
  • Ripetere sempre la stessa sequenza, così da automatizzarla prima della gara.
  • Verificarla dopo le partite: cosa ha funzionato, dove la routine è saltata, cosa ha distratto.

In sintesi

Le routine pre-performance sono strumenti concreti, non scaramanzie, per regolare attivazione e attenzione nei momenti che contano. Poggiano su un principio semplice: non affidare la prestazione a uno stato mentale sperato, ma costruire una sequenza affidabile che porti l'atleta nella sua zona ottimale in modo ripetibile.

Vanno costruite con il singolo giocatore, calibrate sulla sua tendenza sotto pressione, orientate al processo e al controllabile, dotate di un reset per l'errore, e soprattutto allenate a lungo in condizioni di stress. Chi le padroneggia non elimina l'ansia: impara a prestare comunque, che è l'unica cosa che conta quando il set è in bilico.

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